Ci sono cose che impari a conoscere e ad osservare solo se partecipi agli eventi, o se ci lavori. Persone, situazioni e problemi si ripetono da un evento all’altro come se si potesse davvero parlare di stereotipi degli eventi.

Cosa capita ma, sopratutto, che personaggi si incontrano?

Questo articolo vuole essere una riflessione divertente e spassionata sul mondo degli eventi e su come, a volte, possiamo superare certe barriere.

icona uomo al pcC’è una categoria molto interessante che lavora nell’ambito degli eventi portando un contributo inestimabile, una forza lavoro irrinunciabile e indispensabile: il tecnico audio e, più in generale, chi si occupa del service.

Io li stimo a prescindere.

Da questa figura dipende la buona riuscita di gran parte dell’evento e senza di lui, tu organizzatore, avresti solo una bella idea senza voce.
Questa persona sembra spesso possedere un’aurea tutta sua, del resto è lui che fa funzionare le cose nel senso più pratico del termine.

E lo sa.

Per questo si comporta da tuttologo e gestisce uno staff completamente disposto ad eseguire i suoi ordini.
È, come tutti tecnici, un grandissimo appassionato del suo lavoro, un lavoro affascinante ma ricco di insidie, un lavoro per quei pochi dotati di sangue freddo.

Evento prestigioso ed esclusivo? Il tecnico non ha problemi a presentarsi in pantaloncini e maglietta, cuffie alla mano, zaino e borraccia.

Tanto tu hai davvero bisogno di lui.

E’ un risolutore di problemi: identifica, comprende, analizza, risolve, il tutto nel giro di pochi secondi.
Chi organizza eventi è spesso una mente molto coraggiosa, certamente anche pratica, veloce e attiva ma, sul lato puramente tecnico, non può fare altro che affidarsi a chi ne ha davvero le competenze: per questo c’è una totale fiducia nel lavoro dei tecnici audio.

E, come dicevo prima, i tecnici sanno che molte cose, quando l’evento è iniziato, dipendono da loro e, spesso inconsapevolmente, si comportano di conseguenza.

Tu, del resto, non puoi fare altro che fidarti.

Hai mai avuto voce in capitolo sulle questioni tecniche?

Lo spettatore egocentrico

speakerQuando sullo stage di un evento si accendono le luci della ribalta, gli speaker si mostrano al proprio pubblico con la speranza e l’atteggiamento di sembrare naturali, molto spesso riuscendoci.
Più uno speaker (o un ospite) è naturale e più darà l’impressione di essere una persona brillante, portavoce di un sentimento di tranquillità misto a stima che solo i grandi intenditori sanno darti.

Se hai già partecipato ad un evento, sai che il sintomo della bravura e della capacità argomentativa dello speaker è l’applauso scrosciante a fine performance. È la sua cartina tornasole.

Lo speaker se lo merita, sorride, saluta e porta a casa.

Durante l’applauso succede spesso che tutta l’italianità seduta in poltrona venga, per così dire, esasperata: sono i momenti migliori, guardi il tuo amico – collega – figlio – nipote che viene applaudito e ti senti improvvisamente coinvolto perché TU lo conosci.

Ora, stando spesso dall’altra parte, quella del “non conosco”, ti sarai spesso ritrovato vicino a uno di questi soggetti e avrai sicuramente sentito dire la frase “io lo conosco”.

Mi spiego meglio: questa è una frase nascosta dietro altre frasi come “molto meglio oggi che in prova”, “e pensare che aveva giù la voce”, “suo padre sarebbe orgoglioso”, “come sempre fantastico”, “i jeans che abbiamo comprato ieri gli stanno bene” etc.

La frase è spesso e volentieri associata ad una irrefrenabile spinta ad alzarsi in piedi e ad un sorriso che cerca la tua approvazione. Insomma, il messaggio è chiaro e sempre lo stesso: farti sapere che loro lo conoscono. Conoscono quello sul palco.

Mi sono chiesto: quali sono i motivi che spingono una persona a tenere questo atteggiamento? Non che sia giusto o sbagliato, anzi è un momento di felice condivisione, però è molto diffuso e te lo aspetti più che altro da una nonna durante la proclamazione di laurea del nipote.

Una possibile risposta c’è.

Brillare di luce riflessa.

Essere associati ad una persona in quel momento importante e sotto i riflettori può offrirti un momento di sano orgoglio, ottimo per chi cerca approvazione e si sente appagato nel ritrovarsela seduta vicino.

Il critico

icona pollice versoUn’altra frase che senti spesso pronunciare è l’inno di chi si diverte a vestire i panni del critico di eventi. In realtà la critica è una faccenda molto divertente perché mette in campo e sguinzaglia tutte le nostre più attente osservazioni.

Intelligentemente.

Attendendo in coda agli accrediti, sistemandosi al proprio posto o passeggiando per i corridoi e le sale durante i break ti capita sempre di ascoltare questi stralci di conversazione, tutti con lo stesso prologo: “certo che potevano…

“Certo che potevano aprire un po’ prima”, “certo che potevano sistemarci in una zona migliore”, “certo che i cani potevano farli entrare”, “certo che il buffet è un po’ misero”.

Esistono anche le critiche positive, molto spesso negli eventi ben organizzati i pregi superano i difetti, però le critiche negative sono più facili da cogliere e sono un automatismo di chi, a mio parere, non è abituato a partecipare agli eventi con un certo spirito.

Insomma, la frase “certo che potevano…” è un must negli eventi: e allora chi più ne ha più ne metta perché le cose non sono mai come te le aspetti.

Rifletti un attimo sulle parole: certo che potevano.

Quando partecipi ad un evento hai pretesa che tutto sia al posto giusto? Certo, se ho acquistato un biglietto pretendo il massimo, ma il massimo da cosa?

La tua attenzione si focalizza sullo scopo dell’evento o su altro? Vuoi arricchirti di conoscenza o avere una sedia comoda?

Gli eventi molto spesso si somigliano solo nella tipologia ma ogni esperienza è diversa.

E quindi, sembra tutto così scontato da dover parlare di certezze?

L’assalto al buffet

icona posateC’è una bizzarra abitudine (anche qui credo tutta italiana) che capita durante gli eventi nel momento di break. Chi fuma una sigaretta, chi beve un caffè (chi entrambi), chi prende una boccata d’aria e chi risponde alle telefonate.

Tutti, in ogni caso, senza distinzioni di sesso, razza, religione e condizioni personali e sociali, scattano verso il buffet con una velocità proporzionata al tempo della pausa.

E’ un momento che mi piace tantissimo. Osservo le persone avvicinarsi e guardo le loro facce, poi guardo i loro piatti e capisco che si dividono in queste 5 categorie:

Piatto equilibrista: carboidrati, carboidrati, carboidrati, carboidrati, un’oliva, per dare l’idea di apprezzare la varietà offerta. Camminare con i piattini (“certo che potevano mettere dei piatti più grandi”) che si piegano sotto il peso delle focacce è un esercizio circense, perché nell’altra mano hai già il bicchiere in mano (“al vino c’era meno coda”).

Piatto puzzle: costruito come un’opera d’arte che fa della geometria le sue regole, è il piatto di chi assaggia tutto per non farsi scappare niente. È il piatto di chi si vuole gustare tutto l’evento fino in fondo. Diviso in due mezze lune, con incastri regolari e il gamberetto in cima. “E sai, è giusto provare un po’ tutto”.

Piatto primo round: c’è solo una pietanza ben distribuita, di solito un riso o una pasta. E’ il piatto di chi, senza troppo preoccuparsi della presenza di altre centinaia di pance, vuole cominciare, come si usa fare in Italia, con un buon primo piatto. Perché dove c’è Barilla c’è casa.

Piatto social: non si sa se è buono ma lo si riconosce subito. Colorato, sushi in primo piano, ornato da lattuga verde e filtrato con Instagram. Rimane nella tua pancia per il breve periodo della digestione ma ne conservi l’eterno ricordo sui social network. Stai per prendere qualcosa dal piatto preso in comune con un’altra persona e “Aspetta aspetta che faccio la foto”. Ecco un altro modo per aumentare il social engagement.

Piatto doppio: l’ho visto fare. Due piatti, colmi e appetitosi, per ottimizzare i tempi e mangiare più cose senza doversi rimettere in fila. “Non c’è mica scritto che non si può”.

Un “In bocca al lupo” speciale

icona cavallo Quando le porte del tuo evento sono ancora chiuse ma manca pochissimo all’apertura e all’attivazione delle registrazioni, tutto il team si incontra in un punto e si augura che tutto vada bene, perchè dopo mesi di duro lavoro ci si aspetta che tutto proceda per il meglio.

Come lo fanno gli europei? Come fa un team italiano ad augurarsi buona fortuna?

E’ qui che entra in gioco una parola che, a dispetto della sua funzione, è tutto un programma di incoraggiamento. E mi spiace parlarne subito dopo il paragrafo dedicato al buffet. Pazienza.

In cerchio, le mani al centro una sopra l’altra, attenzione a non sovrapporre due mani della stessa persona.

E ora il grido di battaglia:

Merda ! Merda! Merda!

Stai per scoprire perché si usa questa espressione. Non si sa se sia una storia tramandata di popolo in popolo o in quale scrittura sia contenuta, se sia leggenda o realtà. In ogni caso è una spiegazione molto geniale e soprattutto plausibile.

Questa forma di augurio proviene dal mondo del teatro, ed è oggi utilizzata in molti contesti, per così dire, di squadra.

Devi sapere che quando i primi teatri fecero la loro apparizione nelle strade e nelle piazze della città di Londra, storicamente sede di teatri molto conosciuti, non esistevano ancora i mezzi di locomozione a motore.

Siamo approssimativamente tra il XVI e il XVII secolo e la gente si spostava a cavallo, in carrozza.

Di conseguenza, per chi si poteva permettere il biglietto di uno spettacolo, si utilizzavano i cavalli per raggiungere i teatri.

E lo sapete anche voi, nel 1600 non c’erano gli operatori ecologici addetti alla pulizia delle strade, perciò questi cavalli lasciavano escrementi ovunque, per le strade e nelle piazze antistanti i teatri.

Cosa significa tutto questo? Una questione logica. Più escrementi c’erano per strada e più cavalli erano in marcia: tanti cavalli significa tanto pubblico.

Per cui l’espressione “Merda Merda Merda” significa augurarsi di ricevere un gran successo di pubblico.

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A presto!

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